Ultimo aggiornamento 21 Agosto 2026
In questa intervista, Caterina Tosi ci racconta il mondo del counseling, una professione che si concentra sul raggiungimento di obbiettivi, aiutando le persone a scoprire le proprie risorse personali.
Scopriamo insieme il suo approccio originale che affianca al counseling classico un focus sull’utilizzo del simbolo, come strumento per riconoscere le proprie emozioni e i propri bisogni.

“Esiste un curioso paradosso: nel momento in cui mi accetto allora posso cambiare”
(Carl Rogers, Un modo di essere, 1980)

Sono Cinzia.
Faccio – con calma! – la giornalista e la blogger, con l’occhio molto attento alla socialsfera.
Intercetto e racconto persone, personaggi e luoghi da scoprire attraverso le “torture”, che sono le mie interviste!
Studio e metto in pratica tecniche mirate a dare visibilità. Se hai bisogno di farti conoscere o hai un progetto a cui vuoi dare visibilità contattami! oppure guarda i miei servizi qui
Quando ti chiedono ‘Che lavoro fai?’ cosa rispondi?
Faccio la counselor nella relazione di aiuto.
Partiamo dall’ABC: cosa significa “counselor”?
Il counseling è una professione che opera nell’ambito nel benessere psico-fisico. L’etimologia della parola “counselor” è vicina a “prendersi cura di…”, senza dare consigli né dire cosa fare. Non è una professione sanitaria, io non mi occupo di disturbi e non faccio diagnosi.

A chi è rivolta questa professione?
Si rivolge a persone che stanno attraversando un momento di difficoltà. È una professione volta a sostenere e aiutare il “cliente” a trovare in sé le risorse per far fronte alla questione che porta in colloquio, dove il colloquio è la relazione che si instaura fra “cliente” e counselor.

Perché si chiama “cliente” e non “paziente”?
Ecco, a questa domanda vorrei dare una risposta dettagliata. Proprio per quello che dicevo poco fa: non è una professione sanitaria, non mi occupo di patologie e non faccio diagnosi. Aiuto la persona ad attingere alle proprie risorse personali per far fronte al problema e agli obbiettivi che desidera raggiungere. II “cliente” è una persona attiva, capace di comprendere se stessa e in grado di orientare il proprio cambiamento, ha solo bisogno di essere “accompagnata” in questo processo di “crescita personale”. Ci tengo a precisare che la definizione “cliente” è stata attribuita alla persona che si rivolge al counselor da Carl Rogers, uno dei padri fondatori del counseling. Tu pensa che il counseling è una professione ampiamente praticata da più di trent’anni negli Stati Uniti, proprio grazie all’efficacia di questo nuovo approccio umanistico, non direttivo, dove il cliente e il counselor sono sullo stesso piano.

C’è un’esperienza che reputi più significativa nel percorso che ti ha portato fino qui?
L’esperienza personale, perché sono stata “cliente” e ho potuto toccare con mano l’efficacia dell’approccio del counseling, che porta la persona a recuperare le proprie potenzialità e a conoscersi, a prendersi cura di sé, a darsi una nuova narrazione di sé.
Possiamo andare nel dettaglio della tua esperienza personale?
In un momento particolare della mia vita, ho fatto ricorso a questo tipo di aiuto, quando ero destabilizzata dal punto di vista emotivo, non ero in grado di vedere come sono, di comprendere i miei bisogni e le mie potenzialità e non mi conoscevo abbastanza.

Perché – in quel momento particolare – non hai scelto uno psicologo?
Perché volevo lavorare sul presente e non sul passato. Avevo bisogno di comprendere in quali dinamiche ero inserita in quel momento. Ho sperimentato così l’efficacia del counseling.
Che tipo di formazione serve per svolgere la tua professione?
Serve un corso triennale di counseling riconosciuto da un ente autorizzato. Posso esercitare ai sensi degli articoli 4, 7 e 8 Legge 14 gennaio 2013, n. 4.

Qual è la difficoltà più importante che incontri nello svolgimento della tua professione?
“Stare un tono sotto”. Mi spiego meglio. Per il counselor una peculiarità indispensabile è l’empatia, che presuppone di “sentire l’altro come se egli fosse me”. Non bisogna essere troppo coinvolti, ma essere congruenti, rimanere centrati. Trovare la centratura è la difficoltà più importante. Il “cliente” si deve vedere attraverso me, si deve sentire riconosciuto.

Chi ha bisogno di te, ti contatta perché…?
- sente il bisogno di essere ascoltato
- vuole conoscere se stesso
- vuole trovare le proprie risorse e potenzialità
- sente il bisogno di essere accompagnato in un processo di crescita interiore
- si trova in una situazione di difficoltà relazionale affettiva, che può riguardare la famiglia, il partner, i figli, o professionale, o scolastica
- si trova in un momento di crisi emotiva e decisionale
- sente il desiderio di cambiamento
- ha una bassa autostima
- prova un senso di solitudine
- si trova ad affrontare una separazione nella vita di coppia o una perdita in generale
- ha difficoltà di comunicazione e di relazione sia nell’ambiente di lavoro che familiare
- ha difficoltà a prendere una decisione sul lavoro e nella vita in generale
Descriviamo step by step l’iter per rivolgersi a te:
- 1. Il “cliente” mi contatta direttamente su whatsapp o sui social Facebook e Instagram
- 2. Gli rispondo nell’arco della giornata per prendere un appuntamento
- 3. Primo appuntamento conoscitivo della durata tra 45 minuti e 1 ora. Ricevo in presenza a Lido di Camaiore o Massarosa, ma si può fare anche online. Il primo appuntamento serve soprattutto per capire se la persona ha bisogno del mio intervento o di altro, se ci possono essere i presupposti per stabilire un “contatto profondo” fra noi. Il cliente deve sentire che è uno spazio sicuro, accogliente, in totale assenza di giudizio, dove poter esprimere i propri bisogni
- 4. Dopo il primo appuntamento, il “cliente” decide se continuare oppure no e, nel caso, può interrompere il percorso in qualsiasi momento lo desideri
- 5. Dal secondo appuntamento in poi si entra nel vivo, si parte dall’ascolto empatico, dalla comprensione e accoglienza, analisi della domanda e si esplora insieme la sua esperienza, al fine di trovare l’obbiettivo e le risorse personali

Come si svolge il lavoro?
Spiegarlo brevemente non è semplice, ma, volendo schematizzare, si parte dall’analisi della domanda che il cliente presenta, poi si passa all’esplorazione delle resistenze e delle risorse per raggiungere l’obbiettivo, vediamo insieme ciò che ne ostacola il raggiungimento e ciò che invece lo favorisce.
Come si fa?
Si sta centrati sul “cliente”. Si lavora sulle sue emozioni, si impara a riconoscerle attraverso vari strumenti…

Quali strumenti, ad esempio?
Per quanto riguarda i colloqui individuali, gli strumenti sono: ascolto attivo, prevalentemente domande aperte, riformulazioni e specchiamento, scrittura, visualizzazioni e, se il cliente è predisposto, uso l’immagine, e o disegni, utilizzo la metafora. L’utilizzo dell’arte, il simbolo… Per quanto riguarda, invece, gli incontri di gruppo come i laboratori esperienziali, utilizzo l’arte figurativa, che risulta essere uno strumento efficacissimo, perché parla il linguaggio simbolico che baipassa le resistenze e i blocchi. Creare, usare le mani fa stare/essere presente nella dimensione del piacere. Inoltre, l’arte favorisce una visione più creativa delle possibili soluzioni al problema.
In pratica cosa succede?
In sede di colloquio individuale tutto è centrato sul cliente, la relazione è lo strumento principale entro il quale si possono utilizzare molteplici strumenti che più corrispondono alla persona. Come dicevo, visualizzazioni, metafore, disegni, parole… Per quanto riguarda gli incontri di gruppo, ai quali si può partecipare indipendentemente dai percorsi individuali, mi avvalgo dell’arte figurativa, ma non sono corsi di disegno. Comunque non esiste un vero e proprio protocollo: ti invito a sperimentare! L’arte favorisce l’esplorazione profonda di sé, stimola la creatività e le potenzialità dell’individuo, è quindi uno strumento potente per la conoscenza e la trasformazione di sé.

Dopo quanto tempo si può iniziare a vedere un risultato?
Dipende dalla motivazione e dal grado di consapevolezza del “cliente”. In genere per ogni obbiettivo sono massimo dieci o quindici incontri.
Come ti promuovi?
Con questa “tortura”, soprattutto attraverso i social, poi organizzando seminari, incontri di gruppo e laboratori espressivi.
Qualche consiglio per chi aspira a fare la tua professione?
Posso dirti tre presupposti indispensabili per un counselor: empatia, assenza di giudizio, accettazione incondizionata dell’altro.
Questo è il cuore del counseling:
Dubitare l’indubitabile
Dire l’indicibile
Decidere l’indecidibile
Progetti futuri in cantiere?
Ne ho uno a breve. Sto lavorando a un incontro sul tema arte e counseling dal titolo “Disegnando le emozioni”, che si terrà il 16 aprile presso Lyra Counseling a Massarosa (Lucca).
Una domanda che non ti ho fatto, ma a cui vuoi rispondere?
Direi sull’importanza di imparare a riconoscere le emozioni, partendo dal presupposto che tutte le emozioni sono necessarie per la sopravvivenza e il benessere dell’essere umano. Saperle riconoscere, esplorare, accettare e imparare a regolarle significa vivere la propria vita con più consapevolezza, responsabilità e quindi essere più liberi di essere se stessi.

Chi è Caterina Tosi
Dove e quando è nata: Pietrasanta (Lucca), 27 aprile 1970
Dove vive: Viareggio
Che scuole ha frequentato: Università di Pisa, Lettere a indirizzo Storico Artistico
Famiglia: ha due figlie, un compagno e una gattina
Pregio: empatica
Difetto: testarda

Dove possiamo trovare Caterina Tosi
whatsapp 339 6028322
Su Facebook e Instagram
e-mail caterina.tosi1970@gmail.com

“Compito del counselor è quello di assistere il cliente nella ricerca del suo vero sé e poi di aiutarlo a trovare in sé il coraggio di essere quel sé”
(Rollo May, L’arte del Counseling, 1989)
Li torturo tuttiiiii!!!
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