La Stanza delle Torture
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Claudio Baglioni si racconta alla Versiliana

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Interviste

Claudio Baglioni si racconta alla Versiliana

claudio baglioni FOTO DI EMMA LEONARDI

L’INTERVISTA
pubblicata sul magazine Paspartu 16 agosto 2013

Abbiamo incontrato Claudio Baglioni nell’ambito degli Incontri al Caffè della Versiliana a Marina di Pietrasanta. Ci ha parlato dell’interruzione dei 10 anni di silenzio discografico e della nuova strada intrapresa. A partire infatti dalla pubblicazione del singolo “Con Voi” è iniziata a scadenza periodica la comparsa di nuovi singoli corredati da videoclip slegati da un album già edito (che in Italia può essere considerata una novità). In tutto 6 pezzi nuovi da maggio ad ora.

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(Foto di Aldo Umicini)

Sai che per i tuoi fan sei una specie di monumento a cavallo?
Guarda… Intanto scenderei da cavallo, più che altro per i piccioni!

D: Da maggio ti sei inventato un nuovo metodo di lavoro. A partire da “Con Voi” sono arrivati in rete 6 pezzi a distanza di un po’ di tempo l’uno dall’altro. In una intervista hai detto che si tratta di una tua libertà. Libertà da che cosa? Sai che per i tuoi fan sei una specie di monumento a cavallo?
R: Guarda… Intanto scenderei da cavallo, più che altro per i piccioni! (ride) All’inizio non avevo bene in testa cosa stavo proponendo prima di tutto a me stesso. Da Fazio ho detto che volevo riacquistare un senso di libertà, ma comunque la mia costrizione non è mai stata negativa. Faccio un mestiere benedetto dal cielo. La sensazione non è tanto di non libertà, ma di ripetitività. Certo che è un mestiere di vantaggio, di privilegio. Come tutti i miei colleghi, da una certa età in poi iniziamo a fare le prove del gran finale, perché non vogliamo che siano gli altri a decretarlo, ma vogliamo essere noi a deciderlo. Allora facciamo le prove di questo finale e iniziamo a fare antologie. Il mondo si è ammalato di antologia! Continuiamo a produrre antologie che siano il meglio di ciò che abbiamo fatto. E io 5 mesi fa avevo deciso di finire perché avevo la sensazione di non avere altre novità da proporre. Le canzoni che ho scritto sono già tante, avevo in mente di finire senza drammaticità. Poi mi sono chiesto: “Ma siamo sicuri che non ci sia altro da dire?”. La discografia è in crisi, allora con i miei autori ho detto: “Perché non ci prendiamo una libertà?”. Abbiamo ancora tanta voglia di comunicare e di raccontare qualcosa, mi sono chiesto: “Cosa è che mi manca?”. La risposta è: il tempo. Non dura più niente. Non c’è più nessuna emozione che ci ferma. Per trasferire un’emozione c’è sempre bisogno di un filtro. Ormai faccio concerti davanti a macchine fotografiche e iPad! (ride) Volevo riconquistare un po’ il tempo, che alla fine lo sappiamo che avrà la meglio su tutti. Mi sono immaginato e sapevo già cosa sarebbe successo se avessi fatto un disco nuovo: la conferenza stampa, la domanda del giornalista “Progetti futuri?” mentre sono lì che sto presentando l’ultima cosa fatta… Volevo ribaltare tutto questo. I dischi si registrano in una sala che è un acquario, i musicisti non suonano neanche più tutti insieme… Perciò la mia sfida è stata questa: avere in tempo reale la reazione su ciò che sto facendo.

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(Foto di Emma Leonardi)

Ormai faccio concerti davanti a macchine fotografiche e iPad!

D: I tuoi enormi risultati raggiunti e un pubblico che appena sussulti ti dà il suo consenso a prescindere, ti aiuta o ti blocca?
R: Il pubblico serve e uno se lo deve garantire, sennò si parla a un teatro vuoto. Siamo tutti contenti finché dura. La verità è che il percorso non è mai così rettilineo. Anche nelle situazioni più felici ci sono dei momenti difficili. Gli artisti sono così. Alla fine si esprimono e ti buttano addosso la loro infelicità. Ad esempio ieri sera mi sarebbe piaciuto avere un tono più sollevato, invece ero preoccupato e si è visto. Questo rapporto con il pubblico è dinamico. Per quanto mi riguarda, la maggior parte della mia carriera è stata fatta, di questo ne sono sicuro! (ride) Tanti errori li ho fatti. Con il pubblico devi stare in erezione continua, che è una cosa difficilissima! Ma è solo gloria e la gloria alla fine non serve.

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(Foto di Aldo Umicini)

Con il pubblico devi stare in erezione continua, che è una cosa difficilissima!

D: Come si fa a scrivere un pezzo importante in un tempo in cui la musica non è importante a livello culturale?
R: L’idea è sempre quella di mirare a una canzone-argomento. Bisogna darsi gli argomenti, perché non si può andare avanti con la finta modestia e senza dire nulla. L’idea è che una canzone sia una illustrazione. La musica si muove su territori ormai percorsi da secoli. Probabilmente la musica è stata scritta tutta, è difficile oggi creare alchimie nuove che non somiglino a qualcosa di già sentito. Io però a volte mi commuovo ancora, anche suonando cose di altri provo delle emozioni. Io sono stato il cantante dei buoni sentimenti e a volte ho cercato anche di uscire da quell’immagine. Ma ora che i giochi sono fatti (ride), ho capito che le emozioni ci sono ancora.

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(Foto di Aldo Umicini)

D: La canzone è una forma d’arte. Come ci si sente ad essere come Petrarca?
R: (ride) Di poeti ce ne sono sempre meno e, se ci sono, sono rintanati tra pochi adepti. Non ci sono grandi vasi comunicanti tra il mondo della canzone e le altre arti, ma la colpa è nostra, perché noi cantanti siamo presuntuosi e rozzi. Abbiamo un pubblico vasto e ci sentiamo i migliori fighi. Non leghiamo con gli altri artisti. Ci sentiamo bistrattati ma siamo anche presuntuosi. Io ho un grande rispetto di coloro che lavorano con le parole, giornalisti, avvocati… L’esattezza delle parole è una cosa terribile, quando non trovi una parola è una cosa tremenda… Ai tempi di “Signora Lia”, avevo 17 anni, incontrai Giuseppe Berto (scrittore, NDR) che non sapevo chi fosse e mi chiese: “Lei cosa fa?”. Io risposi: “Scrivo canzoni” e lui mi disse che ero fortunato. Io in quel momento non c’ho creduto, perché pensavo che fosse più importante scrivere un bel libro piuttosto che una canzone. Più avanti negli anni invece c’ho creduto, perché le canzoni rimangono, a volte più di tante parole.

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(Foto di Emma Leonardi)

D: “Isole del Sud” è un viaggio?
R: È un pezzo che ha due viaggi dentro: uno che arriva e uno che parte. È l’eterno viaggio di chiunque. È una dannazione lasciare il luogo dove sei stato, è la cosa più terribile che possa capitare ad un essere umano. Questo viaggio ci accomuna tutti, è vita ma è anche tormento. Perciò “Isole del Sud” non è la canzone degli emigranti come qualcuno ha detto!

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(Foto di Emma Leonardi)

D: A proposito di viaggi, cosa ne pensi di questo Papa?
R: A me piace moltissimo Papa Francesco. Probabilmente c’è un pensiero dietro, si ha la sensazione che Bergoglio sia in viaggio da molto tempo. Ha fatto questo viaggio a Lampedusa per il quale so che è stata richiesta la quasi totale assenza delle istituzioni. Questo Papa è veramente interessante. Quelli che oggi stanno disegnando il futuro sono davvero pochissimi. A me sembra che questo uomo, tanto sorridente e tanto carino, abbia intorno una bella squadra. Non so se lo Spirito Santo esiste, ma spero che il cielo lo conservi.

Un artista non ha questo compito di dover dirigere il mondo e di dare ricette

D: “Con Voi” ha dentro un bel programma. È ancora il tempo di teatro-canzone, quando dalla crisi nasceva qualcosa di buono?
R: In genere chi fa i programmi poi non li deve attuare! (ride) Io ho conosciuto Gaber. Penso che ad un artista, compreso Gaber che è un mito della nostra società e che continua ogni giorno a diventare sempre più grande, non si possa chiedere un programma. Un artista non ha questo compito di dover dirigere il mondo e di dare ricette. Di Giorgio Gaber mi piacciono le prime canzoni, quelle più leggere, perché sento che l’artista non possa essere quello che predice. È semmai un rompiballe, uno da odiare. Poi non è vero che l’artista è geniale, ma è la roba con cui lavora che lo rende geniale, sono le rime e le parole che ne fanno un genio. Io ad esempio nelle interviste servo molto poco, servo molto di più se canto! (ride) Ma oggi non canterò, mi son fatto venire la tosse apposta! Insomma io penso questo di Gaber, c’è pure qualcuno che gli dà addosso, secondo me non gli si può accollare tutta questa responsabilità e sinceramente penso che non gli avrebbe fatto nemmeno troppo piacere! A volte è impossibile spiegare tutto ciò che facciamo, a volte addirittura ti viene il sogno di morire presto per non dover spiegare tutto. Succede che a volte qualcuno mi dice: “Ah bella questa cosa, volevi dire questo, vero?” e io rispondo: “Sì”, perché dico sempre sì (ride), ma invece qualche volta è pure bello buttare lì qualcosa e fuggire via. Sono formule di difesa. Quando mi dicono: “Sai sono cresciuto/a con le tue canzoni”, io dico sempre: “Ti poteva andare meglio, ma ti poteva andare anche molto peggio”! Poi guarda… Una persona che a trenta centimetri di distanza ti dice: “Sei un mito”, di già ha sbagliato le distanze, perché un mito a trenta centimetri che roba è? Cioè, fa schifo! In questi casi si usano delle risposte che sono difese.

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(Foto di Emma Leonardi)

Quando mi dicono: ‘Sai sono cresciuto/a con le tue canzoni’, io dico sempre: ‘Ti poteva andare meglio, ma ti poteva andare anche molto peggio’!

D: Ci vuole coraggio?
R: Uno che si mette in testa di fare teatro-canzone, come Gaber, è ambizioso e coraggioso. Oggi non ci sono più questi Gaber. È vero che c’è la crisi, la discografia è appiattita, le radio dicono che le canzoni devono durare tre minuti, ma non è vero che la gente si stufa, piuttosto è vero che se passi più pezzi, tu guadagni molti più soldi: questa è la verità. Le mie canzoni durano anche sei minuti, perché mica sono responsabile delle medie! (ride) Vorrei ancora dare emozioni. Oggi, se ci pensi, non siamo più abituati a toccarci, a sostenere lo sguardo delle persone, dopo un po’ che ti guardi con qualcuno, sposti lo sguardo da un’altra parte… E allora io mi chiedo: “Ma come è successo tutto questo? Come ci siamo arrivati?”.

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Claudio Baglioni e i suoi fans alla Versiliana (Foto di Emma Leonardi)

D: Cosa pensi del tuo pubblico?
R: Il pubblico è un’opera scolpita da chi lo sta chiamando. Il tuo pubblico ti somiglia un po’, è come se fosse una tua scultura.

Una persona che a trenta centimetri di distanza ti dice: “Sei un mito”, di già ha sbagliato le distanze, perché un mito a trenta centimetri che roba è? Cioè, fa schifo!

D: Allora, tocca alla classica domanda “Progetti futuri?”…
R: In questi ultimi cinque anni mi è preso il raptus di scrivere musica ovunque, su fogli, su buste, su tutto. Ho scritto tanto materiale, ma giuro che le mie prossime canzoni non sono ancora scritte. Sono tutte per aria, da finire. Penso che la Sony mi chiederà per contratto una raccolta di tutte queste canzoni, ma non ho definito i tempi di questa operazione. Con la casa discografica non ci sentiamo quasi mai. Quando mi hanno chiesto qualcosa, per calmarli e rispondere in modo tranquillo, gli ho detto che per il 2014 consegnerò delle cose.

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(Foto di Emma Leonardi)

FOTO DI: ALDO UMICINI, EMMA LEONARDI

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