Ultimo aggiornamento 25 Maggio 2022

Ci vorrebbe molto più spazio per parlare di Claudio Giannini, eclettico personaggio, a prima vista serioso (ma nella foto di copertina sorride!) che ha dedicato e sta dedicando la propria vita all’Arte.
Ho provato a torturarlo e ho cercato di riassumere il suo lavoro, il suo impegno nel mondo della pittura, la sua passione… Tre ingredienti che alla fine sono una cosa sola.

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La tortura!

Cosa risponde quando le chiedono “Che lavoro fai?”
Quando tempo fa andai all’anagrafe per fare la carta di identità, d’istinto mi venne da dire “operatore culturale”!

Da sempre?
La mia famiglia si occupava di abbigliamento. Invece mio zio Vasco Giannini era un pittore e, più o meno negli anni 1991-1992, mi suggerì di organizzare un premio di pittura qui in Versilia, a Massarosa. Prima però ho fatto l’allenatore di calcio e l’osservatore, sempre nel calcio. Quello è stato un periodo di passaggio tra gli anni in cui mi sono occupato di abbigliamento e quelli dedicati alla pittura.

Ci specifichi meglio cosa fa in pratica…
Organizzo mostre d’arte. Metto insieme i luoghi espositivi con gli artisti interessati a esporre.

In quale territorio opera?
Versilia, Toscana, ma anche territorio nazionale ed estero, ad esempio ho organizzato a Berlino, in Norvegia…

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cinzia donati giornalista e blogger 2

Sono Cinzia.

Faccio la giornalista, con un occhio attento alla socialsfera.

Racconto i dettagli:
sia delle persone che intervisto (torturo!)
che dei luoghi che amo far conoscere.

Contattami se vuoi raccontare chi sei e cosa fai
attraverso la tua tortura personalizzata!

Una soddisfazione in campo lavorativo?
Penso nel tempo di essere riuscito a fare il mio lavoro con serietà.

Una cosa che sa fare bene in campo lavorativo?
Riesco a mettere insieme pittori in crescita con pittori già conosciuti e ne vengono fuori belle sinergie.

C’è un segreto per fare questo?
Secondo me perché ho sempre vissuto con artisti non solo per lavoro, ma anche nella vita di tutti i giorni. La mia passione è diventata un lavoro. Penso sia quello il segreto per fare bene le cose!

“Metto insieme i luoghi espositivi con gli artisti interessati a esporre”

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Quali sono i luoghi dove ha esposto che ricorda con maggiore soddisfazione?
Ce ne sono diversi: la GAMC di Viareggio, la Chiesa di Sant’Agostino di Pietrasanta, le Sale dei Putti e del Capitolo di Pietrasanta, il Castello Sforzesco di Milano, che nel 2008 ha ospitato la mostra di scultura di Matthew Spender, i Magazzini del Sale di Siena, gli spazi espositivi di Volterra, con la Pinacoteca, il Palazzo dei Priori, il Palazzo Pretorio.

Invece quali persone con cui ha lavorato ricorda con più piacere?
Cesare Garboli, Mario Tobino, Manlio Cancogni, Dino Carlesi, Tommaso Paloscia, Nicola Micieli… Ma sarebbero tanti…

Cosa pensa degli NFT nell’Arte?
Penso che, dopo Jeff Koons e Keith Haring, tutto quello che accade nell’Arte teoricamente è accettabile. Però non vorrei che l’Arte diventasse un giocattolo.

Progetti futuri?
Sto per iniziare una collaborazione con esponenti del mondo dell’Arte cinese. Forse faremo due o tre mostre in collaborazione Italia + Cina, in Toscana. Poi mi occuperò di due biennali: una per gli studenti e una per acquerello e disegno. A Pistoia mi occuperò della seconda edizione di “Onirica”, mostra di pittori che possiamo definire “onirici”, così come li intendeva Antonio Possenti. A giugno invece, al Palazzo del Pegaso di Firenze, curerò la mostra di Graziano Guiso.

La critica più fastidiosa che ha ricevuto?
Una giornalista durante una conferenza stampa, pensando di attaccarmi, mi disse che ero schierato politicamente. Intendendo evidentemente la parte opposta alla sua! Ma in realtà non ho mai confuso la politica con l’Arte. È un fatto dimostrato che ho organizzato mostre sia a destra che a sinistra!

Lei cosa rispose?
Risposi: “Sì, ma non capisco dove sia la novità! Lo sanno tutti che sono di destra!”.

“La mia passione è diventata un lavoro. Penso sia quello il segreto per fare bene le cose!”

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Un consiglio per un giovane aspirante artista?
Dico un consiglio che mi dava Gigi Guadagnucci. Diceva: “Voi dovete passare due ore al giorno a disegnare, perché il disegno è bidimensionale, ma aiuta ad acquisire la proprietà della figura”. È l’unico segreto secondo me. Poi consiglio anche di avere il coraggio del confronto.

Nel corso della sua esperienza da organizzatore, ha mai visto artisti famosi che si sono rifiutati di esporre insieme ai giovani?
Un professionista serio non si tira mai indietro di fronte a un giovane. Se però parliamo di presuntuosi, il problema si crea.

Mi dica qualcosa che ci tiene a raccontare ai nostri lettori, ma che non le ho chiesto
Per venti anni ho organizzato con Carlo Romagnoli i concerti di musica barocca e da camera alle Terme di Massaciuccoli, tutto come volontariato. Poi per quattro/cinque anni ho curato una rassegna di teatro all’aperto a Massarosa, in uno spazio con 950 posti dove si trovava il Calzaturificio Massarosa, con tanti nomi conosciuti del cabaret italiano, tipo Athina Cenci, Paolo Hendel, Leonardo Pieraccioni, Gioele Dix, Giorgio Panariello, Carlo Monni, Alessandro Benvenuti, Antonio Albanese. Nel 1992 a Villa Borbone ho organizzato la prima assoluta del trio Panariello/Conti/Pieraccioni.

Perché non organizza più spettacoli di cabaret?
(sorride) Perché qualcosa bisogna lasciar andare!

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Chi è Claudio Giannini

Nome: Claudio Francesco Giannini
Nato a: Viareggio (Lucca)
Il: 23 gennaio 1949
Vive a: Massarosa (Lucca)

Dove potete trovarlo

Per telefono al 348 2369121
Associazione Percorsi d’Arte

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Approfondimento: il ricordo di Ilaria Bonuccelli

Durante l’intervista, Claudio Giannini parla di una serie di spettacoli di cabaret avvenuti a Massarosa.
Ci dice che l’ufficio stampa era curato dalla giornalista Ilaria Bonuccelli, alla quale ho chiesto di scrivermi un contributo, un suo ricordo su quella esperienza.

C’erano due tipi di spettacoli a Massarosa, nel parcheggio dell’ex calzaturificio Lunardini, uno spazio trasformato in teatro estivo. A conferma che ogni luogo può diventare palcoscenico se hai la “visione”. A Massarosa, c’era un gruppo di amici che questa visione ce l’aveva. Claudio Giannini, l’appassionato di arte; l’altro Claudio; Marcello, un ragazzo buono e con una storia di emarginazione. Poi, lui, il barbiere del paese, che si era cresciuto da solo tre figli sempre con il sorriso sulle labbra.

Erano  tutti più grandi di me e nella loro combriccola strampalata mi hanno accolto come una mascotte. Ufficialmente mi occupavo dell’ufficio stampa, anche se ero poco più di una ragazzina: poco più che ventenne. Collaboratrice del Tirreno, in cerca di qualche incarico per arrotondare i compensi del giornale. Come sempre, non fu una questione di soldi. Ci annusammo, ci garbammo. E per anni abbiamo camminato insieme. Loro le mie guardie del corpo, io la cucciola. Curavo l’ufficio stampa, insieme alla mia amica (e collega de La Nazione) Chiara Sacchetti, ma per il gruppo ero “la principessa”, il soprannome che mi aveva appiccicato addosso Claudio Giannini. Niente di più lontano da me, credo.

Però, loro, tutti, mi trattavano come una principessa. Questo me lo ricordo bene. Come mi ricordo bene che c’erano due tipi di spettacolo a Massarosa: uno per il pubblico, a pagamento. Con tanti nomi della comicità nazionale – Gioele Dix, Riondino, Athina Cenci, Le Galline, Pieraccioni, Panariello. Credo che solo Benigni non sia passato da quel parcheggio che, con qualche asse e qualche tubo Innocenti, diventava teatro. Un anno arrivò anche Benvenuti, con il suo spettacolo di culto: “Benvenuti in casa Gori”. Al paese quasi sembrò uno spregio: era appena cambiato il sindaco. Per la prima volta in 25 anni (o giù di lì) un democristiano – sì Massarosa era il feudo bianco della Versilia, più bianco di Camaiore – aveva osato scalzare il dominio incontrastato del collega di partito Giovanni Frati che da sempre regnava incontrastato su quelle terre. Il sindaco nuovo si chiamava Mario Gori. I cartelloni che annunciavano lo spettacolo “Benvenuti in casa Gori” sembravano sbeffeggiare il sindaco detronizzato.

Anche questo era paese. Anche questo era quel periodo. Con il doppio spettacolo. Uno per il pubblico, appunto. E uno, per gli addetti ai lavori, subito dopo. Al tavolone  di legno, con la tovaglia di carta o l’incerata, apparecchiato dietro il palco. Ci si sedeva tutti noi dell’organizzazione, con l’artista di turno. A dare il segnale che lo spettacolo stava per finire non era il copione: era il profumo dei tortelli al sugo che iniziava a spandersi. Arrivavano verso le 23,30, belli caldi, su ordinazione. Insieme ad altre “cosine” leggere per arrivare fino all’una o alle due del mattino. A quel tavolo ho iniziato a diventare grande, credendomi già grande. E ho conosciuto le persone, nelle loro grandezze e piccolezze. Più grandezze, per fortuna. Rubando ricordi che non si condividono, perché appartengono davvero alla sfera privata. Però, una cosa si può dire: se vi capita l’occasione di cenare con Alessandro Bergonzoni, beh… non ve la lasciate sfuggire.
(Ilaria Bonuccelli)

Li torturo tuttiiiii!!!
Ti piacerebbe essere torturato, ehm… intervistato da me?
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L’intervista ti farà uscire dall’invisibilità!
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