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Michele Giuttari: professione giallista

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fantasia spettacolo

Michele Giuttari: professione giallista

L’INTERVISTA
pubblicata su Paspartu 1 aprile 2008

MICHELE GIUTTARI

Incontriamo Michele Giuttari a Pietrasanta, nel Chiostro di Sant’Agostino, nell’ambito di un interessante incontro al Caffè della Versiliana versione invernale, condotto da Romano Battaglia. Giuttari è molto conosciuto come giallista a livello internazionale e scopriamo, tra le altre cose, che ha un qualche legame con la Versilia…

michele giuttari

Domanda: Nei suoi gialli utilizza episodi reali oppure inventa tutto?
Risposta: Nella veste di scrittore, la mia fantasia va ad attingere ad episodi reali, anche lontani nel tempo, che poi rielaboro accuratamente.

Domanda: Nel suo libro “Il basilisco” si parla di Forte dei Marmi: in quel caso l’episodio è totalmente frutto di fantasia?
Risposta: No. Il fatto è reale. Risale all’estate 1993. L’episodio ci portò ad individuare, in una villa di Forte dei Marmi, una base logistica di Cosa Nostra.

Domanda: Questo fatto non è noto a tutti…
Risposta: No. Ma ormai possiamo dirlo liberamente perché il segreto istruttorio non c’è più, i processi sono già stati fatti, a Lucca e in Sicilia.

Domanda: Allora può raccontarci qualcosa di più?
Risposta: C’era questa villa a Forte dei Marmi, che tra l’altro non era niente di straordinario, che aveva visto alloggiare al suo interno i maggiori vertici di Cosa Nostra, personaggi di altissimo spessore nel mondo dell’alta mafia.

Domanda: Quindi per scrivere parte da una base reale e la trasforma in giallo…
Risposta: Sì. Mi interessa parlare di problemi di vita quotidiana, cosa che si può fare benissimo anche con un giallo…

Domanda: Perché ha scelto proprio il giallo?
Risposta: Mi sono formato come investigatore per circa 30 anni. Con questa esperienza, che è anche una vera passione, non potevo che scrivere romanzi gialli.

Domanda: E’ stata una scelta in qualche modo “naturale”, quindi?
Risposta: Sì. Non poteva essere altrimenti. Già dal primo romanzo avevo la necessità di prendere un modello ed è stato spontaneo prendere proprio me stesso. Anche il metodo investigativo è reale: è quello che ho utilizzato io stesso nel mio lavoro. Però mi piace utilizzare il giallo per parlare della vita di tutti i giorni. Ad esempio ne “La loggia degli innocenti”, dove compaiono la Versilia e Pietrasanta in particolare, si parla della nuova mafia degli albanesi.

Domanda: Lei è stato capo della Squadra Mobile di Firenze ed è stato colui che ha seguito le tracce per scoprire l’identità del Mostro di Firenze. Ce ne vuole parlare?
Risposta: E’ un argomento sui cui non torno mai molto volentieri… Ho scritto un primo libro in cui ho raccontato i fatti nella loro oggettività, senza dare pareri personali. In generale, la storia del Mostro di Firenze, la dividerei in due momenti storici.

Domanda: Cioè?
Risposta: C’è un primo periodo, che va dai primi anni Ottanta fino all’inizio dei Novanta, in cui gli inquirenti avevano seguito la filosofia del serial-killer, che poi avevano individuato in Pietro Pacciani, ritenuto responsabile di 16 delitti. Però nella sentenza si evidenziavano alcune risultanze che indicavano la presenza di altre persone sul luogo dei delitti e si invitava esplicitamente a verificare se ci fossero stati dei complici.

Domanda: E il secondo periodo?
Risposta: Siamo nell’ottobre 1995. Andai a dirigere la Squadra Mobile di Firenze e mi fu affidato subito il caso del Mostro di Firenze. Dovevo verificare se potevano esserci dei complici. Dalla lettura di tutte le carte intuii che Pacciani non avrebbe potuto essere l’unico serial-killer ed aver fatto tutto da solo. La presenza di altre persone era evidente in particolare negli ultimi due delitti.

Domanda: Quindi cosa successe?
Risposta: Spiegai che lui non era da solo: c’entrava nella vicenda ed aveva un ruolo, ma proposi di approfondire le sue relazioni amicali. Per approfondire chiesi tecniche di indagine comuni, come perquisizioni, interrogatori, appostamenti… Così si arrivò all’arresto di Mario Vanni, alla vigilia della scarcerazione di Pacciani.

Domanda: Quindi si arrivò ad un punto fermo?
Risposta: Sì. In poco più di tre anni si arrivò a dimostrare che non c’era un serial-killer, ma un gruppo di assassini. I giudici nelle sentenze di condanna dei complici di Pacciani scrissero che avevano tratto alcuni spunti che portavano nella direzione di un mandante che avrebbe potuto commissionare i delitti. Un dato oggettivo su tutti: la grande disponibilità patrimoniale di Pacciani.

CHI E’…
Michele Giuttari nasce nel 1950 in provincia di Messina. Ha ricoperto incarichi presso la Squadra Mobile di Reggio Calabria, ha diretto la Squadra Mobile di Cosenza e prestato servizio alla DIA a Napoli e a Firenze. In questa città ha condotto le indagini sulle stragi di mafia del 1993, realizzate da Cosa Nostra a Firenze, Roma, Milano. Dal 1995 fino al maggio 2003 è stato il Capo della Squadra Mobile di Firenze, dove ha dimostrato che i delitti attribuiti al Mostro di Firenze sono stati opera non di uno, ma di un gruppo di assassini. Su quest’ultimo caso ha scritto i libri “Compagni di sangue” e “Il mostro. Anatomia di un’indagine”. Altri libri: “Scarabeo”, “Il basilisco”, “La loggia degli innocenti”.

UN LIBRO IN CUI SI PARLA DI VERSILIA…
“La loggia degli innocenti”
La morte per overdose di una minorenne, di cui la polizia non riesce a stabilire l’identità, si intreccia con la scomparsa di Massimo Verga, il libraio amico del commissario Ferrara, coinvolto in un caso di omicidio in Versilia. Il capo della mobile di Firenze deve districarsi tra le due indagini, che lo portano a misurarsi con due realtà altrettanto micidiali: il diffondersi della droga a Firenze e l’espandersi subdolo e irrefrenabile delle mafie su tutto il territorio toscano. In un crescendo di tensione e colpi di scena, Ferrara dovrà imporre le sue scelte a dispetto delle incomprensioni e delle manovre di oscuri burattinai che tentano in ogni modo di ostacolare le indagini.

 

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