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Paolo Seganti: o meglio Martino di Elisa di Rivombrosa, dal ring alla scrittura, attraverso cinema e tv

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Paolo Seganti: o meglio Martino di Elisa di Rivombrosa, dal ring alla scrittura, attraverso cinema e tv

L’INTERVISTA
pubblicata su Paspartu 16 gennaio 2010

PAOLO SEGANTI, dal ring alla scrittura… attraverso cinema e tv

Incontriamo Paolo Seganti, attore teatrale e volto noto di tanti film e serial televisivi (per citarne alcuni: Carnera, Elisa di Rivombrosa, Ho sposato un calciatore, La Tata, E.R. Medici in prima linea, C.S.I.), in occasione della presentazione del suo libro “L’imbuto di latta abbandonato”, un ponte fra realtà e fantasia, una favola per chiunque abbia ancora voglia di sognare.

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Partendo dall’inizio, parlaci della tua infanzia…
Sono nato a Rovereto di Trento. Sono cresciuto un po’ in giro per l’Italia. Sardegna, Toscana, Campania, Emilia. Mio padre aveva una ditta di appalti e noi ci spostavamo nei luoghi dove la sua ditta svolgeva i lavori. Trovava sempre una casetta in campagna. Sempre in mezzo agli animali: cani, gatti, galline, cavalli, caprette, papere, tacchini.

Tra i lavori che hai fatto, c’è anche il pugile…
Il pugilato è da sempre lo sport di famiglia. Io e tutti i miei fratelli lo abbiamo praticato, anche a livello nazionale. Mio padre, appassionato, ci ha comprato i guantoni fin dalla più tenera età. Inevitabilmente ho seguito l’esempio dei miei fratelli più grandi e per me è stato un surrogato del palcoscenico, che è la mia passione sin dall’infanzia. Quando i miei fratelli hanno smesso di combattere, non mi divertivo più ad andare in palestra da solo, così ho cambiato scena… Il pugilato mi ha temprato e mi è servito per affrontare i sacrifici che servono per lo studio e il lavoro di attore.

Da anni vivi a Los Angeles: come hai deciso di lasciare l’Italia?
A diciannove anni, finito il servizio militare, che ho fatto a Roma, mi sono “imbarcato” per New York.

Hai ereditato da qualcuno in famiglia la passione per il teatro e il cinema?
No, è sempre stata dentro di me. Ricordo che anche da piccolo avevo l’attitudine per il palcoscenico. A casa interpretavo novelle e racconti di mia mamma e prendevo spunto anche dalle barzellette della sua “Settimana Enigmistica”. Lei mi arrangiava i costumi e al resto pensavo io, trasformando fustini di detersivo in tamburi! Insomma davo spettacolo. Soprattutto in occasione delle visite dei parenti, che, fingendosi entusiasti, subivano e applaudivano. Lavoravo in coppia con mio fratello Luca, ma lui si interessava soprattutto della parte economica. Anche a scuola ero apprezzato per le mie “performance” nelle recite scolastiche e il pubblico non mi spaventava. Mi piaceva mettermi in mostra con le ragazzine ed ero sempre il primo ad alzare la mano quando c’erano delle interrogazioni, anche se spesso non sapevo la risposta.

Quando hai deciso che l’attore sarebbe stato il tuo lavoro principale?
Fu la sera che in tv vidi “Lo Spaccone” con Paul Newman. Mi venne la pelle d’oca. Piansi a lungo, durante la scena dove rompono i pollici a Eddy Felson, il personaggio interpretato da Newman. Attraverso la vetrata zigrinata si intravedeva appena la sagoma di Eddy, ma avevo il cuore in gola. Quella sera dissi ai miei genitori che sarei diventato attore professionista e che sarei andato a New York. Avevo 9 anni. Ho mantenuto la promessa.

Hai fatto la gavetta?
Certo, come tutti quelli che partono dal loro paese, credo. Dopo la prima settimana a New York, senza parlare la lingua, senza permesso di lavoro o di soggiorno, sono andato a Toronto dove ho cominciato a combattere sul ring di nuovo per sopravvivere e a lavorare in un super ristorante, dove facevo di tutto (entravo letteralmente nei pentoloni per pulirli, tanto erano grandi). Nel frattempo imparavo la lingua. Frequentavo solo gente del posto, che parlava inglese, non italiani (che a Toronto ce ne sono più che in Italia). Non mi è costato tanti sacrifici, perché avevo un’obiettivo ben preciso e il mondo che frequentavo era completamente nuovo, interessante, pieno di sorprese e avventure. Era una lezione ogni minuto della giornata. Non ho avuto tempo di aver nostalgia o sentirmi solo, anche se lo ero. A parte la famiglia non mi mancava nulla. Dopo due anni sono tornato a New York con una campagna pubblicitaria per Calvin Klein. Infatti durante un combattimento di boxe a Toronto, un fotografo importante, Bruce Weber, mi ha visto, occhio nero e labbro gonfio e mi ha chiesto se volevo fare da modello per questo servizio fotografico a Santa Barbara in California. Mi pagava 15mila dollari al giorno. Vedi, la boxe mi è stata utile anche qui!

Per un po’ di tempo hai fatto il modello…
Sono stato fortunato. Ho lavorato nella moda per diversi anni, a Parigi, Milano e Tokyo. Ho fatto l’immagine per Chanel Egoiste, Valentino, Armani, YSL e tanti altri. La moda non mi è mai piaciuta tanto, ma vuoi mettere bellissime ragazze, paesi tropicali e tanti soldi, contro pentoloni giganti e cazzotti il sabato sera? Il resto è passato come un fulmine. Non mi sono più fermato. Ritornato a New York, ho fatto un provino per entrare al HB Actor Studio e ho cominciato a studiare. Dopo pochi mesi a fare teatro.

Quali sono i film e i serial televisivi per cui hai lavorato più volentieri?
La serie “Largo Winch”, per la Paramount Usa, dove ho fatto il protagonista, è il lavoro che mi ha dato più soddisfazioni. C’era tanta complicità con i miei compagni di avventura e tanta collaborazione con i registi e gli scrittori. E’ stato il mio primo vero serial, dove ho costruito un personaggio in mesi di ricerche e studio. Era basato sul fumetto cult francese “Largo Winch”. Lavorare poi con Franco Zeffirelli in “Un the per Mussolini” è stata una grande esperienza.

Poi dal cinema sei approdato alla scrittura…
Non sopporto stare fermo. La necessità di essere sempre creativo, soprattutto durante i periodi tra un progetto e l’altro, mi ha portato a buttare giù idee per film e storie per teatro. Leggendo molti copioni mi vengono in mente situazioni da tradurre in film o sceneggiati. L’idea per questo libro mi è venuta ascoltando le storie vere che i miei genitori raccontavano a noi fratelli.

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Così è nato “L’imbuto di latta abbandonato”…
Per quanto riguarda la storia dell’imbuto, l’unica cosa certa è che sono partito dal titolo. E’ strano ma è così, ma non so perché un imbuto. I personaggi sono emersi da una dimensione sconosciuta e si sono imposti creando la loro storia per poi affidarmela. Mi è piaciuto affiancarli con l’anima delle cose, degli oggetti, delle piante. Per risarcirli della poca considerazione che abbiamo nei loro confronti. Non so come lavorano gli scrittori professionisti, ma ho trovato un metodo che funziona per me. Non ho mai fatto un corso, o una lezione a riguardo. Se mi viene un’idea, mi metto al computer e comincio a scrivere.

Quanto c’è di autobiografico nell’imbuto?
Può darsi che qualcosa ci sia, ma non era programmato.

Da piccolo ti piaceva leggere?
Non tanto. Preferivo avventurarmi in campagna e giocare all’aria aperta con i miei fratelli. Ma i miei genitori, insaziabili lettori, mi hanno invogliato alla lettura dai 10 anni in su. Da prima Salgari, poi Jules Verne, Jack London. Fino a Henry Miller, Dostoevsky, Tolstoy, Hemingway, Thomas Mann, Bukowsky.

Attualmente dove vivi?
Vivo a Los Angeles da 13 anni, con la mia compagna e i miei 4 stupendi fanciulli. Il quinto è in arrivo!

Progetti per il futuro?
In cantiere ho una nuova storia alla quale sono molto affezionato e che spero di terminare presto.

Pensi di tornare in Italia?
Adoro l’Italia. Ogni volta che vengo per lavoro, mi sento un po’ come un turista. Giro per le città con lo sguardo all’insù ad ammirare palazzi e sculture. Vado a visitare musei e gallerie d’arte. Sì, sto “lavorando” per instaurare un rapporto duraturo con l’Italia che mi permetta di rimanere a lungo, in modo da portare con me la mia famiglia. Voglio che i miei figli imparino a parlare l’italiano e facciano loro le nostre tradizioni e i nostri valori che credo siano più profondi di quelli che si trovano negli USA. La mia compagna, poi, ha vissuto in Italia per diversi anni quando faceva la modella e parla un italiano stupendo. Spero tanto che questo mio sogno si avveri presto.

Sei mai stato in Versilia e a Lucca? Se sì, in quali occasioni?
In tutti e due i luoghi, con la mia famiglia in vacanza. La Versilia è stupenda. Anche Lucca mi è piaciuta molto: è una bomboniera.

Quali sono i luoghi più belli della Toscana che conosci?
Il Chianti e Monsummano Terme, dove ho casa.

A parte aver visitato i luoghi, hai qualche legame particolare con la Toscana?
Mia mamma è nata a Castelnuovo Val di Cecina, dove ho trascorso parecchie delle mie estati da piccolo. Probabilmente il più bel periodo della mia vita!

Nota:
“L’Imbuto di latta abbandonato” è pubblicato da Masso delle Fate Edizioni, con introduzione di Maurizio Costanzo.

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CHI E’…
Paolo Seganti nasce a Rovereto di Trento. Usa il ring come palcoscenico, alternando i combattimenti alla recitazione (teatro). E’ protagonista nel mondo della moda (Valentino, Armani, Chanel, YSL, Lanvin e Calvin Klein) e lavora per i fotografi Weber, Goude, Lindberg e Mondino. Lavora molto sulla scena di New York con il consenso della critica e di un pubblico da “tutto esaurito” (protagonista in “Equus” e nell’autodiretta “Whose life is it anyway”). Debutta nel cinema con il film di Woody Allen “Tutti dicono I love you” , subito seguito dal pluri-premiato film di Curtis Hanson “L.A. Confidential”, “Still breathing” e dal film di Franco Zeffirelli “Un the con Mussolini”. Più di recente è interprete con record di audience in Canada e in Europa delle serie della Paramount “Largo Winch” (fumetto internazionale). Partecipa a notissimi serial televisivi come “La Tata”, “E.R. Medici in prima linea”, “C.S.I.”, “The Closer”. Film in Italia con Francesco Laudadio, Carlo Vanzina e Renzo Martinelli. Numerose sono le fiction di successo in cui ha rivestito il ruolo di protagonista, tra cui le otto puntate di “La Figlia di Elisa. Ritorno a Rivombrosa”, in cui ha interpretato il Conte Martino Ristori, poi “Le stagioni del cuore” e “Ho sposato un calciatore”. Co-protagonista in “Carnera” e “Ultimo”, nel ruolo di Arciere. Con “L’imbuto di latta abbandonato” è al suo debutto come narratore. Vive a Los Angeles con la compagna e quattro figli (il quinto è in arrivo).

www.paoloseganti.com

paolo seganti 10 ottobre 2009 018

 

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