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Roberto Bolle: io e la danza, la mia vita

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spettacolo

Roberto Bolle: io e la danza, la mia vita

1 roberto bolle FOTO DI EMMA LEONARDI

L’INTERVISTA
pubblicata sul magazine Paspartu 16 ottobre 2013

Incontriamo il ballerino italiano Roberto Bolle nell’ambito degli appuntamenti estivi al Caffè della Versiliana. Scopriamo una persona umile e gentile, che professionalmente ha raggiunto i traguardi più alti del mondo della danza, arrivando ad esibirsi per il Papa e per la Regina Elisabetta. Una vita di successi che arrivano grazie a un costante e molto impegnativo lavoro

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“Devo dire che il destino ha superato i miei sogni e le mie stesse aspettative!”

D: Scorrendo la tua biografia, si leggono i nomi dei più bei teatri del mondo, i premi più prestigiosi, sei Cavaliere della Repubblica. Da ragazzo sei partito da Trino Vercellese per andare a Milano. È stato un destino assecondato oppure il frutto di un’ambizione sfrenata?
R: Devo dire che il destino ha superato i miei sogni e le mie stesse aspettative! Da bambino sognavo di interpretare grandi ruoli, ma non immaginavo che la mia vita fosse così ricca di avvenimenti e tutti così speciali, che anche nella vita di un bravissimo ballerino non capitano. Ci sono eventi che vanno al di là del fatto di essere un bravo professionista, eventi accaduti senza neanche che li desiderassi. Credo facciano parte del destino di una persona, cose del tipo ballare per la Regina Elisabetta o per il Papa…

D: Ti ha aiutato venire da Trino Vercellese?
R: Mi ha aiutato molto venire dalla provincia e avere un’educazione che proviene da una famiglia molto solida e molto concreta. Avere origini di provincia mi ha aiutato a non perdere la testa. Per affrontare tutte queste sfide e questi impegni mi ha aiutato l’educazione solida. Certo a 21 anni non mi sentivo pronto, non mi sentivo adeguato…

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D: Non pronto psicologicamente o tecnicamente?
R: Psicologicamente e quindi anche tecnicamente, perché è la mente che guida. La forza l’ho trovata pensando alle mie radici.

“Ho avuto una carriera molto veloce e all’inizio non avevo l’esperienza per gestire tutto quello che mi accadeva.”

D: A questo punto della tua vita sei un pezzo di storia della danza e del balletto. Come si capisce che, a un certo punto, uno è destinato a uscire dal gregge?
R: Lo capisci presto. Già all’interno della scuola ti affidano i ruoli principali nei saggi. Ti fanno studiare ruoli da solista della compagnia. Ho avuto una carriera molto veloce e all’inizio non avevo l’esperienza per gestire tutto quello che mi accadeva. La carriera del ballerino è una carriera breve, la maturità si deve raggiungere molto presto, verso i 20 anni.

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D: Quando uno si stacca e va, i colleghi sono solidali?
R: Nel mio caso lo sono sempre stati. Gli scontri, le invidie o la competizione per un ruolo si incontrano a un livello un po’ più basso. Il valore ad alti livelli è molto riconosciuto. Se possiedi un valore oggettivo, non ci sono invidie più di tanto. Poi il valore lo devi dimostrare sul palco e quindi, se ci riesci, è la prova che ti sei meritato quel ruolo.

D: La determinazione quanto ha inciso?
R: Molto. Almeno un 50% è fatto di talento, doti fisiche e anche caratteriali. Poi c’è il lavoro quotidiano. Non sarei quello che sono se non avessi avuto il talento e non farei quello che faccio se non avessi la forma fisica.

D: Quante ore al giorno lavori sul tuo corpo?
R: Inizio alle ore 10 con la lezione per riscaldamento che dura circa un’ora e mezzo. Poi ci sono le prove: 3 ore di mattina e 3 ore di pomeriggio. Poi, aggiungendo massaggi e terapie fisiche, la giornata è piena.

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D: Da quanto tempo è piena così intensamente?
R: Dagli ultimi anni di scuola. Frequentavo il liceo scientifico dalle ore 18,30 in poi. Quindi giornate piene dalle 7 di mattina fino alle 23.

D: Vai mai in ferie?
R: Faccio 3 settimane di ferie in estate e poi 10 giorni a Natale. Diciamo su 365 giorni, circa 30/40 sono di vacanza. Comunque è difficile staccare completamente perché il fisico è abituato a un certo lavoro. È bene tenersi sempre allenati, perché la ripresa dopo una pausa è sempre dura. L’aspettativa del pubblico è talmente sempre alta, che ti tieni in costante allenamento per cercare di essere al livello fisico sempre massimo. Certo ci sono alti e bassi, c’è la tensione. Per questo tenere questi ritmi è difficile.

D: Vale la pena?
R: Nel mio caso vale sicuramente la pena. Le soddisfazioni che ho sono veramente uniche. Ci sono tanti ballerini che fanno tante ore di lavoro, ma non hanno gli stessi risultati.

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“La danza richiede una perfezione unica, non si stacca mai. La preparazione atletica è importantissima, ma bisogna essere al top anche del focus mentale.”

D: Tu non usi la parola. Usi solo il corpo. È più difficile doversela giocare tutta con il corpo?
R: Secondo me la parola è un mezzo che può veramente aiutare. Però esprimersi attraverso il corpo e la danza è davvero bellissimo. Danzare richiede movimenti che comunque vanno contro natura. Ciò richiede un lavoro veramente molto impegnativo. Vedo come lavorano gli altri artisti, come i cantanti, gli attori, ma come lavorano i ballerini non ci sono uguali. Si lavora tutto il giorno per l’allenamento e per le prove, la sera c’è lo spettacolo e la mattina dopo si riparte: è una dedizione veramente continua. La danza richiede una perfezione unica, non si stacca mai. La preparazione atletica è importantissima, ma bisogna essere al top anche del focus mentale. Rispetto ad altri artisti facciamo pochi spettacoli e mentalmente questo è difficile da accettare.

D: Capitano i vuoti di memoria? Se dimentichi un passo, cosa fai?
R: Certo possono capitare i vuoti di memoria. Sono attimi. Un attimo di emozione può giocare un piccolo lapsus. Ieri, ad esempio, c’era un pavimento molto umido e la mia partner ha fatto un passo che non doveva fare perché aveva perso la concentrazione. Io ho capito, ho fatto finta di nulla e siamo andati avanti.

D: Hai un pubblico che vorrebbe essere rassicurato e gratificato. Come fai a provocarlo?
R: Ci vuole un balance. Bisogna dargli qualcosa di facile. Ad esempio ci sono ballerini acrobati circensi, ma la danza non è solo quello, altrimenti si va al circo e troviamo artisti migliori. La danza deve dare emozioni, anche magari non semplicissime. Ci sono alcune coreografie decisamente nuove. È molto importante anche proporre sempre qualcosa di nuovo, come ad esempio “Prototype”, che ho fatto per il pubblico, ma anche per me stesso. Si tratta di una sperimentazione in digitale che mi andava di fare per vedere il risultato sul pubblico

D: I teatri sperimentano?
R: Poco. Con la crisi economica anche un teatro come la Scala sa che, se vuole fare tutto esaurito, deve proporre “Il lago dei cigni” o “Giselle”. Sperimentare è difficile. Bisogna andare sui grandi titoli per incassare, perciò è un continuo “Lago dei cigni”. È una cosa abbastanza triste. In Italia questa direzione è molto drastica. Fuori dall’Italia si sperimenta un po’ di più perché sono più abituati agli investimenti privati.

D: Differenze tra pubblico italiano e pubblico americano?
R: Il pubblico italiano è quasi da stadio, è molto caloroso e partecipa allo spettacolo. In America il pubblico è internazionale e viene a vedere il balletto per vedere quel primo ballerino. Non è semplice entusiasmare quel tipo di pubblico, che sceglie chi e cosa vedere.

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D: Il pubblico partecipa?
R: Dal palco si sente se il pubblico è reattivo e partecipa e se ti stimola a dare il meglio. Un pubblico un po’ morto non ti dà grandi stimoli. Nella danza, avere il pubblico a una certa distanza, cioè non vicinissimo, aiuta, al contrario del teatro di prosa. Se fosse vicino, darebbe fastidio all’ambientazione che si ricrea sul palco.

D: Quando trovi il pubblico morto, cosa fai? Salti più in alto?
R: (ride) In realtà, può sembrare assurdo, ma salti più in alto per il pubblico più vivo, perché ti esalta. Con il pubblico morto non c’è niente da fare! (ride) Capita nel pubblico degli abbonamenti, che magari è interessato alla prosa e nell’abbonamento si ritrova pure un balletto, che normalmente non avrebbe scelto.

D: Dopo la carriera di ballerino, o diventi coreografo o metti su una scuola. Come ti immagini il Bolle della vecchiaia?
R: La coreografia è un talento a sé. Ci sono i geni coreografici, che possono creare un nuovo tipo di movimento. Questo in futuro potrei farlo. Però mi vedo più proiettato verso la direzione artistica, tipo dirigere una compagnia o una scuola. Prendere la direzione di una compagnia significa far crescere dei giovani talenti e trasmettere loro la tua esperienza. La Scala da una parte è un teatro fantastico, ma non ha strutture per i ballerini, non ha una palestra, non ha una scuola, non ha spazi per terapie fisiche. Se si pensa all’estero, o a come sono seguiti, ad esempio, i calciatori, possiamo dire tranquillamente che noi qui in Italia non abbiamo nulla.

D: In un’intervista hai detto che il tuo “luogo del cuore” è una chiesetta nella provincia di Vercelli, un luogo praticamente fuori dal mondo…!
R: Sì. È un luogo della mia infanzia, legato a dei ricordi di quando ero bambino. Si tratta della chiesetta di San Michele a Trino Vercellese. È vicina alla scuola elementare e media che ho frequentato, per questo è un “luogo del cuore”. Ma sai… A Trino Vercellese non è che ci siano tanti luoghi belli e magici! Nell’intervista mi si chiedeva quale fosse il mio “luogo del cuore da salvare” e io ho risposto così! (ride)

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CHI È…
Roberto Bolle (Casale Monferrato, 26 marzo 1975) è un ballerino italiano. All’età di 12 anni entra alla scuola di ballo dell’Accademia Teatro alla Scala e viene notato da Rudolf Nureyev, che lo sceglie per interpretare il ruolo di Tadzio nell’opera Morte a Venezia. Nel 1996 viene nominato primo ballerino e i suoi impegni da protagonista, sia in balletti classici che moderni, si moltiplicano: interpreta molti ruoli per diversi coreografi. All’estero ha occasione di danzare con il Royal Ballet di Londra, il Balletto Nazionale Canadese, il Balletto di Stoccarda, lo Staatsoper di Berlino, il Teatro dell’Opera di Vienna, il Teatro dell’Opera di Monaco di Baviera, il Wiesbaden Festival, il Tokyo Ballet. Nel 1999 diventa “ambasciatore di buona volontà” per l’Unicef. Sempre nel 1999 riceve il Premio Gino Tani per il suo contributo alla diffusione dei valori della danza e del movimento e nel 2000 riceve il Premio Galileo. Nello stesso 2000 inaugura la stagione del Covent Garden e danza al Teatro Bolshoi di Mosca, alla presenza del presidente Putin. Nel 2002 danza a Buckingham Palace per la regina Elisabetta II. Nel 2003 gli viene riconosciuto il titolo di “étoile” del Teatro alla Scala. Il 1° aprile 2004 balla sul sagrato di piazza San Pietro al cospetto di Giovanni Paolo II. Dal 2007 collabora con il FAI e nel marzo 2009 è stato nominato “Young Global Leader” dal World Economic Forum di Davos. Nel 2009 è stato nominato “principal” dell’American Ballet Theatre dove ha lavorato anche per la stagione del 2010. Nel 2008 ha portato il suo galà Roberto Bolle and Friends sul sagrato del Duomo di Milano e in piazza del Plebiscito a Napoli. Con la collaborazione del FAI ha realizzato spettacoli al Colosseo di Roma e nella Valle dei Templi di Agrigento. Il tour estivo del galà si è ripetuto negli anni successivi (2009-2011).

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Pubblico per Roberto Bolle alla Versiliana

FOTO DI EMMA LEONARDI

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